martedì 10 settembre 2013

Bambini, dolori e zucchine

Scuola dell'infanzia di Amsterdam di Max Liebermann


Benvenuti lettori,
e buon inizio della settimana. Oggi inauguriamo la rubrica ideata da me riguardo i libri sui quali ho messo il naso nella settimana appena trascorsa. L'immagine che potete vedere sopra ^ rappresenta il filo conduttore che unisce i libri di cui sto per parlarvi, ovvero l'infanzia. Purtroppo non sto parlando di un' infanzia normale, felice e con alcuni attimi infelici, bensì parlo di infanzie rubate, bambini con problemi e disabilità infantile.
Lo so, è un tema duro da affrontare e non è certo facile parlarne, ma, a mio parere, è necessario ed importante farlo.
Vi starete chiedendo come mai io abbia letto tutti testi con un argomento simile... Ebbene, ho voluto farlo per approfondire alcuni aspetti dell'esame che sto studiando in questo periodo, ovvero Psicologia dello Sviluppo: dalla nascita alla preadolescenza.
Ma ci tengo a precisare che i libri in questione sono romanzi o racconti di storie reali che possono e devono interessare a tutti, e non solo a chi studia questi aspetti.

Cominciamo col primo dei 3 libri sui quali chiacchiererò oggi:

Una bambina di Torey L. Hayden  





I capelli sanno di ruggine e sale. Non può spostarli dalla bocca, devono rimanere appiccicati alla sua lingua. Le tempie le sbattono in sincronia con il cuore e con la pancia. Le mani, lo sa, una strana forza glielo suggerisce, non devono staccarsi da quella sbarra di ferro. Anche se desiderasse tapparsi le orecchie ogni volta che un'auto le sfreccia accanto, anche se volesse abbassarsi la magliettina, che ormai le scopre tutta la pancia.
Il vento soffia. Le lacrimano gli occhi, ma lei sa che non sta piangendo. Quelle non sono lacrime. E' soltanto quel vento maledetto che sfrega contro gli occhi. Si, perchè lei non piange. Non piange mai.
Una macchina rallenta, si ferma. Sheila è esausta, chiude gli occhi e allenta un po' la presa.

Quella che avete appena letto è la scena che mi è rimasta impressa maggiormente per i giorni successivi al momento in cui ho finito il libro. Così ho dovuto scriverla, quest'immagine, ho dovuto riprodurla su carta, a modo mio (non si tratta nè di una citazione nè di uno stralcio dal libro).
Dal momento in cui ho conosciuto e sono entrata in contatto con la storia e la vita di Sheila, non ho fatto altro che pensarci, perchè è troppo forse... troppo per me.
(Ovviamente si tratta di una storia vera)

Sheila viene abbandonata dalla madre sull'autostrada all'età di soli 4 anni, proprio come un cagnolino. Va poi a vivere con il padre (che beve ed è violento) in una sorta di campo profughi, una baraccopoli sporca e sovraffollata. A 6 anni Sheila rapisce un bambino del vicinato, lo lega ad un albero e gli da' fuoco.
Questo libro narra di come questa bimba ( perchè di una bimba si tratta, non di un mostro e nemmeno di qualcuno che si merita di essere emarginato) compia un percorso di recupero e di rinascita, e riesca ad intravedere all'orizzonte una possibilità di futuro, di vita normale, di speranza.

Chi è Torey L. Hayden? E' una psicopatologa infantile, che si occupa prevalentemente di casi difficili (bambini che non possono vivere in modo normale, insieme a tutti gli altri). Lo fa con una passione, una forza ma allo stesso tempo una debolezza tutta umana, che ce la fa sentire vicina, simile a noi.                                                                                                                                                               
Il libro è toccante, alcune immagini ti si stampano inevitabilmente nella mente e non riesci a scacciarle via. Incredibili la tenerezza e la lealtà con cui la Hayden si pone di fronte ad una bambina completamente fuori controllo e da tutti considerata senza via d' uscita. Come è incredibile l'amore, che nonostante tutto, Sheila cerca, dopo non averne avuto nemmeno un briciolo. 
Mi ha colpito moltissimo anche il personaggio del padre di Sheila e della pietà che la Hayden prova nei suoi confronti. Io non riuscivo a provarne, assolutamente. Lo disprezzavo e basta. Invece non prendevo in considerazione che si trattava anche in quel caso di un bambino, in lacrime ed imbottito di birra, con problemi simili se non peggiori di quelli della figlia. 
Anche lui, avrebbe avuto bisogno soltanto di un po' d'amore in più.

Questo testo ti avvicina alla diversità, al diverso, per farti arrivare a comprendere come una persona non può essere giudicata da un gesto compiuto oppure dal suo modo di essere, perchè non possiamo mai conoscere cosa c'è dietro, quanto dolore e quanta sofferenza quegli occhi nascondano.

Consiglio la lettura a chi è interessato all'ambito della psicopatologia infantile, ai curiosi, ai lettori onnivori come me.

Voto: 6++

   
Autobiografia di una zucchina di Gilles Paris


Vorrei partire dal titolo di questo romanzo, poichè contiene due elementi a mio parere fondamentali.
Autobiografia --> Tutto il racconto è scritto in prima persona. Il protagonista è un bambino, dunque l'autore ha saputo creare un linguaggio splendido e nuovo. Un linguaggio, infantile ma intelligente, fatto di spontaneità e semplicità e di quell'asprezza tipica dei bambini. Si tratta di una specie di lungo monologo, intramezzato da pochi dialoghi. Un flusso di coscienza con una strana punteggiatura (dopo vi farò degli esempi).
Zucchina --> Il nostro protagonista è Zucchina, o meglio è Icaro, chiamato da tutti Zucchina. Perchè?
Si tratta del soprannome che la mamma gli aveva affibbiato, probabilmente in modo tenero oppure semplicemente in modo dispreggiativo.

Ma ora vi chiarisco subito le idee raccontandovi un pochettino della trama:

Icaro ha ucciso la madre, ma lui non voleva. Desiderava soltanto ammazzare il cielo, quel maledettissimo cielo blu con le nuvole bianche che sembrano supersoffici, dove sta nascosta la testa di suo padre. Si, perchè la mamma gli dice sempre che il padre aveva la testa tra le nuvole e che li ha abbandonati per andare a fare il giro del mondo con una gallina. Cosa ci avrà trovato mai il padre in una gallina? Sono brutte e anche sporche ed anche schifose. Così la mamma passava le giornate ad inveire ed imprecare contro il cielo...
Quella pistola, era puntata verso l'alto! Lo giuro... stavo cercando di uccidere il cielo, così mamma non mi avrebbe più picchiato perchè era arrabbiata con lui... Poi però mamma  è venuta a strapparmela di mano, la pistola. E allora lei sicuramente mi avrebbe picchiato, e allora mi è partito un colpo, ed io ho sentito un botto, e mamma era a terra con tutto sangue che gli usciva.
Ecco come è andata... Perchè mamma, non mi hai lasciato ammazzare la nostra infelicità?

(non è una citazione ma un brano scritto da me)

Così inizia la storia di Icaro, un bambino acuto, simpatico, pieno zeppo di domande da fare al mondo. E Icaro non ne trattiene nemmeno una, chiede, chiede e chiede ancora. 
L'istituto in cui viene portato da Raymond il gendarme è bellissimo e pieno di bambini come lui. Bambini che formeranno la truppa di questo fantastico romanzo, che ci accompagna attraverso un duplice viaggio... quello della felicità di Icaro e quello della felicità di tutti quelli che gli sono attorno.
L'autore è riuscito a delineare volti di personaggi precisi e mai banali, indimenticabili. Ci trascina in un racconto che ci sbatte da un'emozione all'altra senza tregua: dal dolore, alla tenerezza, allo spavento, alla durezza. Un racconto dolce ma così vivo e reale da far mancare il fiato.
"Camille si siede sulla sbarra di ferro e dondola le gambe nel vuoto succhiando il bastoncino dello zucchero filato. "Stai attenta a non ingoiarlo" dice Raymond come se Camille avesse voglia di bucarsi lo stomaco. Gli adulti, a volte, dicono cose stupide perchè la paura gli divora il cuore. Farebbero meglio ad ascoltare il silenzio. La smetterebbero di credere che i bambini sono stupidissimi e che hanno solo voglia di bucarsi la gola con un leccalecca, o di rompersi il collo in bicicletta, o le gambe e le braccia scendendo dalle scale, o di ingurgitare della candeggina al posto della Coca. E bisogna guardarli ,gli adulti, giocare ai grandi e poi fare più cavolate dei bambini. E' vero che non sempre si è buoni come angioletti, ma non sono i bambini che svaligiano le case o fanno saltare la gente con le bombe o sparano con la carabina, a parte me, ma era solo un revolver e non l'ho fatto apposta. Loro, i cattiva, fanno sempre apposta per fare male alla gente e rubare i loro risparmi e questo non va bene. Dopo le persone dormono sotto i ponti e aspettano di essere aspirate dal cielo per non doversi più preoccupare di niente."
 da pag. 108 del romanzo

Questo è uno stralcio del bellissimo ed ininterrotto monologo di Zucchina che stordisce il lettore ma lo conquista. Il tema del rapporto tra adulti e bambini è ricorrente nel testo, ed è espresso in un modo originale e vero.
Come avete potuto leggere Icaro si esprime con un linguaggio tutto suo. Frasi lunghe, tantissime e, e, e,...
C'è poca punteggiatura, poche pause... e se ci facciamo caso è proprio così che parlano i bambini. Nel caso di Icaro il suo modo di esprimersi è sicuramente anche la manifestazione dell'ansia e del dolore che porta dentro, della confusione del suo cuore, e del vuoto legato alla perdita della madre che lui cerca di colmare con tante parole.
Tuttavia è davvero incredibile quanto questo bambino sia capace di dare affetto a chi ne ha bisogno (la famosa Camille) e di come sia capace di innamorarsi, delle persone e della vita.

Vi invito a leggerlo per almeno 2 motivi:

- Si tratta del bellissimo racconto di una vita rovinata e poi ricucita
- Vi ritroverete addosso il profumo dolceamaro  delle parole che Icaro vi regalerà

Libro unico nel suo genere e pieno di sorprese.     Voto: 7+++

 3  Zigulì di Massimiliano Verga 





Edizione Mondadori nella collana Piccola Biblioteca Oscar. Prezzo 9, 50 euro. Pagine 186


                   "il sole
 per apprezzarlo bisogna sopportare anche la pioggia"


E' meglio sputare fuori la propria rabbia, oppure diventare un grumo di parole non dette ed emozioni non espresse? E' meglio una brutale verità oppure una dolce ipocrisia?

"Sei insopportabile. Preferirei masticare la sabbia piuttosto che sentirti. Anche dei chiodi nelle mutande sono più piacevoli della tua voce. Quando urli così non ho scelta. O ti sbatto in camera e chiudo la porta, oppure ti prendo a sberle. Quasi sempre finisci in camera. La ritengo una conquista."

Di certo Massimiliano Verga non ha dubbi. Ha deciso di parlare di suo figlio, Moreno, ragazzino di 8 anni disabile e con importanti deficit cognitivi e percettivi. Ha deciso di farlo in un modo duro, difficile, crudo. Difficile sicuramente per lui, padre, che scrive determinate parole, ma anche per noi che leggiamo.
Ho avuto semplicemente la sensazione di stare leggendo la realtà.
E, insomma, lo sappiamo tutti che la realtà non è una collezione di farfalle e fiori, ma che il fiore, se lo vuoi lo devi cercare e poi tenertelo stretto.
Si, questo libro è di una realtà disarmante, a volte talmente reale che provoca dolore (perchè sentiamo dentro di noi le ferite di quelle verità innegabili). Molte volte, nel corso della lettura, mi è venuta voglia di picchiare e di prendere a pugni quest'uomo, questo padre. Quante volte invece riflettevo e capivo che ero soltanto io ad essere un'ipocrita.
Leggere questo libro è come masticare la parte bianca del limone, così amara che ti fa arricciare il naso.

Si tratta di un diario/ serie di pensieri / confessioni in cui Massimiliano, un padre distrutto, ossessionato e allo stesso tempo innamorato del figlio Moreno, racconta a qualcuno oppure semplicemente a se stesso cosa significa diventare padre di un figlio come nessuno lo vorrebbe mai.
Un figlio che non puo' dirti grazie, che non puo' vederti, che non puo' sorriderti nè asciugarti le lacrime che lui stesso ti fa versare.

"Prendete la vostra fotografia preferita, la piu' bella quella che piu' vi emoziona. Poi impugnate un pennarello indelebile. Uno di quelli con la punta grossa, che si usano per scrivere sugli scatoloni quando si trasloca. Adesso tirate una bella riga sulla fotografia che avete scelto. Ecco, quello che vedete è come mi sono sentito quando mi hanno detto, per la prima volta, che Moreno sarebbe stato come lo conosco adesso."

C'è secondo me da porsi una domanda: Chi è un padre?
Io non credo affatto che un padre sia un santo pronto a tutto per i figli, o meglio... So bene che la maggior parte dei padri (credo compreso Massimiliano) sia capace di buttarsi da una rupe per la felicità del figlio... ma mi chiedo... chi ci pensa alla felicità del padre?
E' giusto annullarsi completamente per permettere ad un figlio, almeno in questo caso, di avere una vita appena decente e accettabile?
Questo padre ha dovuto farlo... e questo è un po' il suo grido di aiuto.
Lui ha perso se stesso, ha bisogno di riacciuffarsi da qualche parte e di riassaporare un po' di felicità.
Cosa dice di male questo padre, se non le cose che pensiamo tutti, almeno qualche volta?
Verga sostiene che il dolore non può mai essere condiviso davvero.
Infatti nel momento in cui chiudiamo questo libro ci rimane un senso di impotenza, ma tuttavia di distacco. Sapete, il famoso pensiero " non è successo a me". E' proprio per questo che Verga ripete e ripete che non si può sapere cos'è realmente la disabilità finchè non hai un figlio handicappato. Chi può dare torto ad un'affermazione del genere?

"Non puoi capire fino in fondo che cosa significhi vivere con un figlio disabile se non sei suo padre o sua madre. Quelli che pensano di saperlo, anche se non hanno capito davvero un cazzo, sono quelli che ti dicono: Io al posto tuo non ce l'avrei fatta.
(...)
Ma ogni tanto c'è qualcuno che si avvicina a comprendere. E' chi, invece di farti domande, semplicemente ti guarda negli occhi quando ti parla."

Eccolo. Un papà senza mezzi di fronte alla sofferenza del figlio.
 Moreno urla, si graffia, si morde, lo morde, morde tutte le sue maestre, urla, si lamenta tutta la notte, tutto il giorno per mesi..
E lui?

" Ho dovuto aspettare più di sei anni prima di avere un tuo abbraccio senza morsi, graffi, calci.
Ho dovuto aspettare che cadesse il tuo primo dentino perchè una mia carezza riuscisse a calmarti.
Ho dovuto aspettare tutto questo tempo per capire che non posso in alcun modo toglierti il dolore e tu non puoi togliere il mio, ma che un modo per consolarci forse esiste"

Questo libro non è letteratura, non è poesia, non è un romanzo... E' un monologo/dialogo tra Massimiliano e Moreno.. O tra Massimiliano e Massimiliano che specchiandosi nella disabilità del figlio e nel suo ruolo di padre, rivede le sue debolezze ed incapacità e le ammette.
E' la storia di una persona che ha visto infrangersi sogni e vita desiderata e che sta piano piano cominciando ad accettare l'abisso che gli è stato messo davanti.
E' un forte affresco del sottile legame tra genitorialità e disabilità, che non risparmia nulla al lettore.
Scuote le corde della sensibilità, questo testo. Quelle frasi aspre, brusche, quasi cattive, sono ovviamente lo specchio del reale amore di questo padre verso il figlio, un'amore che non può dargli come vorrebbe.

Con un'ironia scottante, che contiene semplice voglia di dare leggerezza al peso che entrambi portano sulle spalle, ci viene raccontata la loro vita, i loro sorrisi, le loro difficoltà, la loro speranza.

Voto: 6

Vi lascio il video dell'intervista fatta a Massimiliano Verga da Daria Bignardi a "Le invasioni Barbariche".
Se avete un po' di tempo guardatela, perchè dai suoi occhi capirete molto.
Il video è diviso in tre parti:







Concludo qui la mia rubrica "La mia settimana tra le pagine". Spero di avervi regalato qualche spunto interessante per le vostre prossime letture.
Scrivetemi nei commenti quali libri state leggendo voi, o magari le vostre opinioni riguardo i libri da me citati.

Vi auguro buona vita e buone letture!
Alla prossima...

                                                                                                                                                Federica


Il post è stato scritto interamente da me, pertanto tutti i diritti sono riservati. I testi non sono riproducibili in nessun caso.


1 commento:

  1. Ottimo il collegamento tra il quadro inziale e il tema dell' intero articolo che riguarda veri e propri danni infantili. Il primo libro è drammatico e per leggerlo ci vuole coraggio. Intrigante in racconto scritto in prima persona e in questo dramma seppur involontario l' unico sorriso viene dal soprannome zucchina .Da studiare la personalità di Icaro . Spettacolare il terzo libro dove si parla delle sofferenze di un padre verso il figlio , un padre che abbandona le facili ipocrisie e cinicamente ma realisticamente racconta il suo dramma. Ottima la scelta di inserire le interviste all' autore

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