domenica 3 maggio 2015

Ma quanto ci si può odiare? - Recensione di 'Petite' di Genevieve Brisac


Buongiorno lettori, buona Domenica e bentornati su Sfogliando la vita.
In questa mattina soleggiata e primaverile, riesco a trovare un po' di tempo per scrivere qualche pensiero riguardo una lettura difficile e toccante che ho affrontato nell' ultimo periodo.
Ringrazio la Piemme per avermi permesso di tenere tra le mani e nelle mente Petite di Genevieve Brisac, un volumetto - tra l'altro - curatissimo a livello grafico. Un romanzo che era già stato pubblicato in passato, dalla EL nel 1995, ma che era diventato irreperibile.



#28



Convivo con la fame, la domo, la domino, l'addomestico, l'addormento. Dopo essersi sfogata crudelmente si calma da sola, basta aspettare. So che una caramella riesce a trarla in inganno. Mi piace sentire la sensazione di fame per tutto il giorno, appena sopra il plesso solare, come una corrente d'aria che mi ricongiunge all'aria del cielo.


Alleggerire il mondo. Sentire l'inconsistenza di se stessi. Sentirsi nulla, scomparire. Guardare in basso e vedere la propria ombra assottigliarsi fino quasi a scomparire, e, per un attimo, fare finta di essere invisibili. Di camminare senza corpo in un mondo che senti ostile ad ogni passo. In un mondo che percepisci girare anche senza di te.
E' questo il desiderio di Nouk, una ragazzina di soli tredici anni che si ritrova sola nella pozza oscura dell'anoressia. Un incantesimo brutale, una maledizione le fa credere di poter reggere il mondo sulle sue spalle ossute, di poter acchiappare la vita e stringerla nel suo minuscolo pugno.
Si convince di non essere amata, si fa del male per sentirsi viva. 
Cosa spinge Nouk a tutto questo? Forse l'immagine immobile e senza spessore dei genitori, una coppia di fantasmi spostati solo dal vento delle loro esistenza? Due manichini che passeggiano indifferenti attorno alla loro creatura e non riescono a vederne le ferite?
Percorrendo una strada dissestata e in salita, Nouk ci conduce per mano nel vortice di una patologia maligna, di un'esperienza che ti si attacca addosso come una pellicola, e che ti porti dietro per sempre.

Esistono molti romanzi che parlano di anoressia, e si potrebbe dunque pensare di trovarsi di fronte ad una storia banale, già sentita. Posso assicurarvi, però, che nessuno mai l'aveva raccontata in modo così personale, così intimo, così sconnesso e vero.
Petite è un libro minuscolo, ma una lettura enorme. Molto difficile da affrontare. Un libretto che racchiude una storia fragile, da toccare con la massima delicatezza, da assorbire con parsimonia. Si tratta di realtà, e fa male.
Rimango sempre stravolta dopo aver letto storie di questo tipo. Storie di anni buttati al vento, storie di abbracci mancati, di carezze anelate e mai regalate, di dolori inflitti a se stessi per punirsi di errori mai commessi. Storie di occhi offuscati, che non riescono più a guardare la realtà, la bellezza.

La Genevieve adulta, abbracciata dalle sue paure, ci racconta, con una scrittura sbiadita dal tempo e addolorata da piccoli flash, la sua adolescenza (dai 13 ai 17 anni) trascorsa a braccetto con la malattia più crudele che esista. Trascrive, con immensa difficoltà (sensazione che il lettore percepisce), una minuta autobiografia.
Nouk, infatti, non è altro che la stessa autrice. Ci parla di se stessa, talvolta in prima, ma molto più spesso in terza persona, quasi a voler allontanarsi, quasi a voler scacciare il ricordo di ciò che è stata.
La sua prosa, piena di dolori nascosti dietro il nero dell'inchiostro, è quella della bambina che è stata, della ragazzina trafitta da mille chiodi, della donna che è diventata. Una prosa che assomiglia all'essenza pura di un ricordo rimosso: vaga, spesso imprecisa, oscurata a tratti. Quando ricordiamo, nella mente non ci appare un film con sottotitoli chiari e definiti, ma una serie di immagini frammentarie, poste in un ordine illogico. L'ordine del dolore.
E così i piani narrativi, i tempi verbali, i soggetti si sdoppiano, si triplicano, lasciando spazio alle diverse parti di una ragazzina/donna che si apre al suo passato, lasciandosene trafiggere.

Ma una cosa, infine, va detta. Questo non è un romanzo totalmente oscuro. Petite lascia intravedere il colore della speranza. E' la luce dell'affetto, dell'attenzione di qualcuno che riuscirà a sollevare il corpo leggero di Nouk e a farle scoprire l'incanto dell' amore, che forse non l'aveva mai sfiorata prima. Perchè l'unica cura, per una malattia purtroppo incurabile, è la presenza di una compagnia.

Mentre scrivo queste righe, ora che sono passati quasi trent'anni, ho paura, lo faccio con parsimonia, con un'eccessiva prudenza. Scrivo perché mi sembra sia necessario. Non posso evocare quegli anni senza paura, né senza vergogna, né senza che il mio cuore batta, scioccamente, troppo in fretta.



Voto:

Molto bello


Consiglio musicale:



_________



Eccoci giunti alla fine anche di questa piccola riflessione di lettura.
Voi cosa ne pensate? Leggerete questo delicato libello?

Buona vita e buona lettura.







4 commenti:

  1. A me questo libro non è proprio piaciuto, l'ho trovato frettoloso e superficiale.

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  2. Credo che sia l'effetto della scrittura 'spaventata' dell'autrice, che parlava di ricordi che in realtà avrebbe voluto cancellare. In effetto il libro è fatto di frammenti del passato dell'autrice, e dunque questo stile può non piacere :)

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  3. Dopo questa impeccabile recensione(malgrado come ti scrivevo nel commento precedente,l'argomento mi rattristi molto),non potrò fare a meno di comprarlo.
    Sempre bravissima Federica :)

    Benedetta:)

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    1. Grazie tesoro *.* Hai perfettamente ragione ad essere titubante: l'argomento è tosto! Però queste poche pagine emozionano :)
      Un bacione grande :*

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